Il mostro togato europeo che rischia di soffocare le imprese italiane
Signor Presidente del Consiglio, al suo governo è stato richiesto di rendere una relazione sull’opportunità o no che il nostro paese ratifichi un complesso di norme che sottopongono una rilevante porzione dell’attività imprenditoriale italiana a una giurisdizione unificata gestita da tribunali tedeschi, inglesi e francesi. Si tratta del cosiddetto brevetto unitario e, appunto, dell’attribuzione a quei giudici esteri del potere di emettere provvedimenti restrittivi e di condanna nei confronti di imprenditori del nostro paese, per iniziative di produzione e commerciali generate in Italia e ritenute in violazione di altrui diritti monopolistici di esclusiva brevettuale. Lo Prete Con queste “parti sociali” l’Italia non torna a crescere di Iuri Maria Prado
19 AGO 20

Signor Presidente del Consiglio, al suo governo è stato richiesto di rendere una relazione sull’opportunità o no che il nostro paese ratifichi un complesso di norme che sottopongono una rilevante porzione dell’attività imprenditoriale italiana a una giurisdizione unificata gestita da tribunali tedeschi, inglesi e francesi. Si tratta del cosiddetto brevetto unitario e, appunto, dell’attribuzione a quei giudici esteri del potere di emettere provvedimenti restrittivi e di condanna nei confronti di imprenditori del nostro paese, per iniziative di produzione e commerciali generate in Italia e ritenute in violazione di altrui diritti monopolistici di esclusiva brevettuale. Non c’è riprova che questo progetto abbia lo spirito europeo e comunitario di cui si narra per spacciarne la desiderabilità: tutto dice, piuttosto, che in corso di approvazione sia un sistema concepito contro quello spirito e in conflitto con tutte le pratiche normative che da decenni sono state adottate per garantirne l’effettività.
Non è una norma dell’Unione Europea quella che consente a un giudice che siede a Monaco o a Parigi o a Londra di bloccare i conti bancari e gli altri “averi” di un imprenditore italiano accusato di contraffazione. Non è comunitaria la regola che impone all’impresa del nostro paese di difendere le sue produzioni assoldando eserciti di consulenti lungo un percorso giudiziario che comincia nel Regno Unito o in Francia e si conclude davanti a un giudice d’appello di un paese ancora diverso (Lussemburgo), e non più accessibile rispetto a quello già lontano che ha dato il primo colpo di presunta giustizia europea. Non c’è nulla di neppure formalmente “comunitario” in tutto questo, e infatti la pretesa è che ci si arrivi tramite la ratifica di un accordo internazionale che in modo inedito impone a tutti e in favore solo di alcuni (inglesi, francesi e tedeschi) la cessione di quote fondamentali di giurisdizione sopra la stessa vita dell’impresa: qualcosa che in ambito comunitario, appunto, mai non s’è visto e mai non potrebbe vedersi. Se fosse comunitario un simile progetto andrebbe bene? No. Ma neppure discende dai lombi dell’Unione questo mostro togato che ora chiede agli stati l’affidamento del potere di controllo e di comando giurisdizionale sull’iniziativa di impresa della seconda economia manifatturiera del continente.
Sono fatti e considerazioni più che sufficienti a far capire che il nostro paese, ratificando le norme che impiantano questo sistema, farebbe dell’impresa italiana la materia passiva di un esperimento fondamentalmente antieuropeo, con l’attivazione di un meccanismo di vera e propria deportazione giudiziaria che non si giustificherebbe neppure se amministrarlo e sottoporvisi fosse fonte di risparmio anziché verosimilmente costosissimo come si prospetta. Ed è proprio sui costi che occorre dirla giusta e intendersi veramente. Settimane addietro, chi scrive è stato sentito, con altri operatori di settore, dalla commissione della Camera che stava maneggiando il dossier (la XIV), e in faccia alla quale il ministro Moavero, giorni prima, aveva indicato con qualche leggerezza e una buona quantità di poco scusabili inesattezze la pretesa necessità che il Parlamento infine ratifichi queste norme scriteriate. In quella sede siamo stati convincenti se è vero che la Commissione ha ritenuto di richiedere al governo questa relazione supplementare sui costi e benefici della scelta italiana di aderire o no a un ordinamento che ci vedrebbe finanziatori e destinatari di ingiunzioni, non certo amministratori e titolari di diritti difendibili. E il tutto, appunto, con costi enormi e immediati non solo per i cittadini e imprenditori, chiamati a difendersi in condizioni di iugulazione sul campo altrui, ma per lo stesso stato italiano che in tal modo contribuirebbe, senza nessun ritorno sensibile e anzi rinunciando a entrate importanti, all’istituzione e al mantenimento di una struttura di incriminazione della propria impresa. Qui non si può entrare in dettagli, ma i costi veri dell’operazione, al netto dei risparmi improbabili, sono evidenziati in modo inoppugnabile nella documentazione che abbiamo consegnato ai parlamentari. Ci pensi bene il governo, prima di ripresentarsi a snocciolare i suoi conti sbagliati.
di Iuri Maria Prado